Breve storia sugli italiani in Belgio

L'inizio delle migrazioni italiane in quello che è l'attuale Belgio sono molto antiche. Inizialmente furano i grandi mercanti e banchieri in maggioranza toscani a partire dal Quattrocento a cominciare le relazioni tra le due popolazioni. Basti pensare al quadro diJan Van Eyck che ritrae l'importante banchiere "fiammingo" Giovanni Arnolfini e sua moglie, entrambi lucchesi.

 

Durante l'Ottocento, anche se poco numerosa, la colonia italiana fece sentire il suo peso politico ed intellettuale, partecipando attivamente ai moti insurrezionali e alla rivoluzione belga che porterà all'indipendenza dai Paesi Bassi nel 1830. Molti esuli risorgimentali italiani trovarono così rifugio nel nuovo stato belga, particolarmente aiutati dai gruppi liberali e socialisti di quel paese. Esiste anche una colonia parallela di lavoratori, artigiani e artisti di strada che rimane tuttavia distante dalle personalità più impegnate sia intellettualmente che politicamente.

Dopo le ondate migratorie dei decenni a cavallo tra ottocento e novecento e la pausa rappresentata dagli anni del fascismo e della guerra, l'emigrazione dall'Italia riprende a metà degli anni quaranta, con un difficile processo di ricerca di nuovi sbocchi migratori sia in direzione dei paesi transoceanici che in direzione dei paesi europei. Non era più possibile andare negli Stati Uniti, per effetto del sistema delle quote in base alla nazionalità di origine, quindi gli emigranti italiani si indirizzano verso i paesi del Sud America, verso l'Australia e verso destinazioni europee quali, appunto, il Belgio.

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale nel 1918 la ricostruzione del Belgio richiede una numerosa manodopera anche perché molti giovani belgi sono morti durante il conflitto mondiale. I sopravvissuti, bene organizzati in forti sindacati, specialmente in Vallonia rifiutano i lavori più pericolosi, pesanti o mal pagati. Le miniere sotterranee di carbone, i cantieri di costruzione, le cave di pietre o marmi hanno grande difficoltà a trovare della manodopera locale. Per rispondere a queste esigenze viene reso sistematico il reclutamento di operai all'estero.

Il Belgio che nell'Ottocento era paese d'emigrazione diventa paese d'immigrazione. Questa situazione attrarrà numerosi disoccupati italiani provenienti soprattutto dall'Italia settentrionale, dove più forti erano stati gli effetti della lunga guerra. L?afflusso di Italiani cambierà radicalmente il volto della comunità italiana in Belgio: in cinque anni ne arrivano ben 20.000. Nel settore delle miniere un primo accordo è concluso dalla

Federazione belga delle miniere già nel 1922, per favorire il reclutamento di lavoratori italiani. Accanto a questi arrivi collettivi c'è anche, dal 1919 al 1925, un gran numero di Italiani che, individualmente, si recano in Belgio senza contratto, sperando di poter trovare lavoro il loco. Tra gli Italiani che vanno in Belgio per lavoro, ci sono anche coloro che fuggono per ragioni politiche, dalle persecuzioni del fascismo.

Durante la Seconda Guerra Mondiale molti Italiani in Belgio sono impegnati nelle lotte partigiane contro il nazismo. L'ondata migrazione verso il Belgio post bellico ha origine con la costituzione di un accordo, fra i due governi italiano e belga che il 23 giugno 1946 a Roma firmarono un trattato che portò a "scambiare" forza-lavoro italiana con carbone belga.

Per capire il perchè di questo accordo bisogna andare a vedere com'erano l'Italia e il Belgio alla fine della seconda guerra mondiale. In Italia, danni materiali enormi, con due milioni di disoccupati ed alcune zone del Paese totale stato di miseria. Nelle miniere della Vallonia, in Belgio, la mancanza di mano d'opera frenava l'attività di estrazione di carbone e quindi la produzione di energia: prima venivano utilizzati prima i prigionieri di guerra, soldati tedeschi, ungheresi e anche russi, poi, con l'accordo del 1946, arrivano 50.000 lavoratori italiani, che grazie al loro lavoro permetteranno al governo italiano di comprare il carbone belga. Grazie agli emigrati italiani, la produzione delle miniere salì a 6-7 milioni di tonnellate all'anno. Questo permise anche alle industrie siderurgiche e metallurgiche, alle vetrerie, alle industrie di apparecchiature elettriche e di materiali refrattari di aumentare notevolemente la loro produzione.

L'accordo italo-belga prevedeva il trasferimento di 50.000 operai sotto i 35 anni in buono stato di salute, per 12 mesi di contratto per lavoratore, in cambio di 200 kg di carbone al giorno garantito all'Italia.

Gli emigranti si imbarcavano ogni martedì sera alla stazione di Milano e venivano sottoposti ad una visita medica sullo stesso treno, dove degli ingegneri facevano loro firmare i contratti. Arrivavano il giovedì pomeriggio a Basilea, suddivisi a seconda della miniera a cui erano destinati e poi venivano trasportati verso le "cantine", le stesse baracche dove erano stati tenuti i prigionieri di guerra: a volte cominciavano a lavorare il giorno successivo.

La tragedia di Marcinelle, con la morte di centinaia di italiani in una miniera di carbone nel 1956, segna, anche simbolicamente, la fine dell'emigrazione italiana in Belgio. Una parte della popolazione immigrata in Belgio si stabilizzerà, ma da allora non ci sarà più emigrazione di italiani verso zone minerarie. Ciò anche perché, a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta, la Germania e la Svizzera rappresentarono le nuove principali destinazioni.